Sardine: ai compagni che abboccano

L’esplosione del fenomeno delle Sardine ha prodotto una reazione variegata all’interno di organizzazioni socialiste e comuniste. Ci sono sia nette opposizioni (Partito Comunista, populisti di sinistra vari) che vari tentativi di entrismo, meno (Potere al Popolo, Partito Comunista dei Lavoratori) o più entusiastici. Mi ha colpito in particolare la posizione assunta dal collettivo di Città Futura in questo articolo, in cui si auspica in sostanza il superamento delle diffidenze nei confronti del movimento per provare a direzionarlo. Questo articolo vuole essere un monito contro posizioni come queste, che ritengo astratte e ingenue, in quanto sembrano considerare la base sociale delle Sardine come qualcosa di malleabile a piacimento, non cogliendone la reale natura. Svilupperò questa tesi facendo riferimento a due aspetti che mi pare descrivano bene il movimento.

L’antisalvinismo di maniera e l’unità della “sinistra”

L’antisalvinismo delle Sardine ricorda molto l’antiberlusconismo dei Girotondi e del Popolo Viola: moralistico, isterico e totalmente incapace di produrre una critica (sia teorica che pratica) del sistema che ha generato il mostro leghista. Ci si mobilita per un generico antifascismo e una generica non-violenza. A sentir parlare loro e il Capobanco, Mattia Santori, sembra quasi che Salvini sia spuntato dal nulla, armato di una retorica semplicistica e violenta, per turbarne il sonno e spargere odio in un Paese che sarebbe altrimenti pacifico. Questo modo di vedere le cose è dannoso per almeno due motivi.

Il primo è che si spalancano le porte alla classica tattica del centro-sinistra, che tenta di unirsi spacciandosi come meno peggio contro un nemico additato come moralmente riprovevole. Ecco, per specificare meglio rispetto alla precedente analogia con il Popolo Viola ed i Girotondi, qui abbiamo una differenza importante: le Sardine non contestano il centro-sinistra. Anzi, la tattica di Santori sembra proprio essere quella di fare da appoggio al PD senza darlo a vedere. Nonostante all’interno del movimento ci siano stati dei dissapori per la presenza di uno dei coordinatori modenesi sul palco di Bonaccini, lo stesso Santori si è detto ben rappresentato dal centro-sinistra, ha affermato che «se queste piazze piene non si trasformeranno in urne piene, evidentemente, c’è un problema di fondo» e lui stesso sembra sbilanciarsi in favore del candidato del PD in Emilia Romagna.

Il secondo motivo è che una tattica del genere non può sperare di svuotare il bacino di consensi che Salvini si è costruito, ma solo di polarizzare ulteriormente le posizioni in campo fra il centro-sinistra e la destra. Non può sperare di fare ciò perché non vuole comprendere che dietro al successo della Lega, partito che in questo momento è intorno al 30% dei voti, non c’è principalmente e solamente la “retorica populista” o la xenofobia, ma c’è anche il tema della protezione sociale delle classi subalterne, che il centro-sinistra ha deciso di abbandonare e su cui le Sardine non si esprimono. Il Partito Democratico è ormai il partito delle élite, con una base sociale fatta soprattutto di tecnici impiegati, pensionati, studenti ed ex-studenti con elevato titolo di studio mentre la Lega è diventata un partito trasversale che raccoglie una grande quantità di consensi fra gli operai (come testimoniano le elezioni in Umbria e a Monfalcone). Non a caso la base sociale che simpatizza per le Sardine è più simile ai primi che ai secondi.

L’antipopulismo élitario

Ancor più rivelatrice della natura del movimento è la forte carica antipopulista delle Sardine, che già si poteva evincere sia dai punti fondamentali che iniziavano a circolare i primi giorni dopo la mobilitazione sia dal loro manifesto. Sarebbe troppo facile schernire le loro posizioni, paragonandole per profondità a un testo di Jovanotti. Più preoccupanti sono alcune declinazioni specifiche di questo antipopulismo. In una delle prima interviste ai leader delle Sardine, Santori afferma che «questo grande drago del populismo si sconfigge con una cosa che abbiamo tutti, che è il cervello» e che «c’è una parte di Italia che preferisce ragionare con la pancia e una parte che preferisce ragionare con la testa. Noi abbiamo cercato di dare una risposta e una identità a chi cercherebbe di ragionare con la testa ma in questi anni non ha avuto nessun interlocutore».

Il Capobanco sembra muoversi nell’escrementizio mare di élitarismo e di bestializzazione del nemico. Affermare che chi segue i populisti non vota col cervello ma con la pancia, oltre ad essere falso, in quanto basato su un modello iper-razionalista e settecentesco di essere umano che è stato quantomeno ridimensionato, è pericoloso, perché a-priori non riconosce all’avversario alcuna validità o parità: è una bestia incapace di ragionare che va istruita, disciplinata o tutt’al più ignorata. Non solo Santori, ma lo stesso manifesto delle Sardine afferma che «grazie ai nostri padri e madri, nonni e nonne, avete il diritto di parola, ma non avete il diritto di avere qualcuno che vi stia ad ascoltare». Ciò non ci dice solo come costoro si rappresentano il nemico, ma anche come si autorappresentano. Loro sono quelli perbene, umani, razionali, con la rozza plebaglia che va appresso al capopopolo di turno non vogliono avere nulla a che fare: la tipica coscienza media del progressista elettore di centro-sinistra e delle sue stampelle opportuniste.

A ciò va aggiunta la retorica della competenza tipica degli amanti della tecnocrazia, immancabile in ogni discorso di stampo élitario. Il Capobanco, sollecitato da una domanda riguardante il MES, dà una risposta vaga che però vale più di mille prese di posizione concrete: «Politica con la P maiuscola significa delegare a qualcuno che è competente». Dichiarazioni come quelle riportate bastano a qualificarli come nemici di classe, altro che entrismo!

Risposta a Città Futura

Fatta questa disamina sulla natura delle Sardine si può tornare all’inizio e rispondere all’articolo di Città Futura.
Innanzitutto, il bisogno politico e sociale raccolto da questo movimento non è affatto, come pensa il loro collettivo, quello di dare una proposta politica credibile per gli oppressi, ma quello di convincere gli indecisi a dare il proprio voto utile al centro-sinistra in vista delle prossime votazioni.

Inoltre, in quanto alle speranze del collettivo di Città Futura in merito a una mobilitazione per la cancellazione dei decreti sicurezza e lo stop all’autonomia differenziata, mi sento di rispondere che se la prima può essere un’opzione concreta, la seconda è pura fantasia. Semplicemente perché la cancellazione dei decreti sicurezza sarebbe uno smacco a Salvini ed è un tema certamente condiviso dalla base sociale che sostiene il movimento, mentre il tema dell’autonomia differenziata è estremamente divisivo, e anzi non mi stupirebbe sapere che alla secessione dei ricchi le Sardine guardino con favore.

C’è poi da considerare che non è solamente il fine e la base sociale a frustrare le possibilità di entrismo, ma la stessa modalità organizzativa delle proteste. Come denunciano i compagni di FIR su La Voce delle Lotte,

la struttura stessa del movimento rivela i tratti endemici di molte componenti politiche (e non solo) riconducibili alla tradizione della sinistra italiana: portavoce scelti sulla base di criteri verticistici; piazze assoggettate al volere degli organizzatori, i quali hanno imposto unilateralmente delle regole precise; il diritto d’intervento e con esso l’opportunità di approfondire la discussione è negato.

Roger Savadogo, la Voce delle Lotte

Infine, Città Futura fa bene ad affermare che «la soggettività politica e sociale non si manifesta mai sulla base dei nostri desiderata ma a partire dai bisogni degli uomini e da come essi se li rappresentano nel quadro storico specifico della nostra società capitalistica giunta a questa fase di sviluppo o di involuzione». È proprio per questo motivo che non bisogna farsi illusioni circa la malleabilità di questo movimento. Quello delle Sardine non è uno spontaneismo indeterminato, ma una curiosa forma di protesta pro-establishment di stampo liberale progressista, una reazione di sistema contro i partiti che hanno capitalizzato in termini elettorali la loro opposizione al Governo Monti e a chi ne ha rivendicato i provvedimenti. Si dice contro il blocco leghista, ma è totalmente incapace di destrutturarlo. Ecco perché esorto i compagni di Città Futura, come chiunque abbia a cuore la causa socialista, a non abboccare.

Compagno Sergio

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